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Innovazione e sostenibilità: le leve
di sviluppo dell’agricoltura italiana
di ANTONIO OLIVA
Nel 2024, solo il 12% delle aziende agricole dichiara di aver realizzato, negli ultimi cinque anni, interventi volti ad innovare la tecnica di produzione e/o la gestione aziendale. Tuttavia, tale quota evidenzia una marcata eterogeneità territoriale, risultando più elevata nel Nord-Est (24,5%) e nel Nord-Ovest (19,4%), mentre il Centro (10%), il Sud (6,2%) e le Isole (8,1%) mostrano valori molto inferiori.
È quanto emerge nei risultati del recente Rapporto dell’Istat, realizzato nell’ambito del Censimento Permanente dell’Agricoltura, dove vengono approfonditi temi di particolare interesse per le aziende agricole, con focus su innovazione e azioni a favore della sostenibilità economica.
Sotto il profilo dimensionale, la propensione all’innovazione caratterizza soprattutto le aziende con superfici agricole elevate (34,6% delle grandi e 19,7% delle medie) mentre, per orientamento economico, è più elevata per quelle agrozootecniche (20,8% delle aziende che coltivano e allevano). Seguono le aziende con allevamenti (15%) e quelle dedite alla coltivazione (10,2%).
Il Rapporto evidenzia che interventi volti a migliorare la gestione delle risorse idriche sono stati messi in campo dal 41,4% degli operatori del settore agricolo che innovano.
Sempre rispetto alle aziende innovatrici, meno elevata ma comunque rilevante è la quota di aziende agricole che ha realizzato interventi per ridurre le emissioni di gas serra (22,1%).
Le innovazioni connesse alla multifunzionalità e alle attività collegate alla produzione principale riguardano il 16,2% delle aziende.
Altro dato molto interessante che emerge dallo studio riguarda l’ottimizzazione della produzione strettamente collegata all’innovazione. La maggior parte degli agricoltori italiani giudica positivamente i benefici dell’innovazione soprattutto per quanto attiene l’ottimizzazione della produzione (82,2%), la gestione dei mezzi di produzione (72,5%) e la riduzione dei costi operativi (63,6%). Meno delineata è invece l’opinione sul controllo delle malattie delle colture e sulla gestione delle risorse idriche in cui circa la metà degli operatori considera questi effetti poco o del tutto irrilevanti.
Un ulteriore approfondimento riguarda la formazione del percorso decisionale e la scelta delle fonti di finanziamento del processo di innovazione. Per quanto concerne il primo aspetto, l’86,6% delle decisioni favorevoli all’innovazione è maturato all’interno dell’azienda.
Per introdurre innovazioni tecniche e/o gestionali, il 76,5% delle aziende si è autofinanziato con risorse proprie, con quote che oscillano dall’82,2% del Nord-Est al 68,6% del Sud.
Un ruolo importante è svolto anche dalla Politica Agricola Comune (PAC), alla quale il 40,3% delle aziende ha dichiarato di aver fatto ricorso per coprire i propri investimenti. Le differenze territoriali mostrano come la PAC rappresenti uno strumento essenziale soprattutto per le aziende delle regioni meridionali e centrali.
L’Istat sottolinea che, nel complesso, i risultati descrivono un sistema agricolo caratterizzato da differenze territoriali: le regioni settentrionali presentano un profilo di innovazione più solido, con investimenti avviati in anticipo, minori criticità economiche e tecniche e una percezione contenuta della necessità di ulteriori interventi.
Il Rapporto prende in esame anche l’agricoltura biologica, partendo dalla considerazione che l’Unione europea mira a raggiungere, entro il 2030, l’obiettivo di coltivare almeno il 25% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) con la pratica biologica, ritenuta fondamentale per promuovere la sostenibilità in campo agricolo. I dati elaborati e diffusi annualmente dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) indicano, per il 2024, che l’8% delle aziende agricole italiane sono biologiche, quota che riguarda tanto le aziende già convertite alla pratica biologica, quanto quelle in fase di conversione.
La stessa fonte indica che, nel 2024, la superficie agricola biologica in Italia ha superato i 2,5 milioni di ettari e rappresenta il 20,2% della SAU nazionale. La pratica biologica è meno diffusa nel Nord, mentre è particolarmente intensa nel Centro (dove la percentuale di SAU gestita con la pratica biologica sulla superficie agricola utilizzata complessiva è pari al 27,7%), seguito dal Sud (26,6%) e dalle Isole (23,0%).
Si riscontra poi ampio divario tra Nord e Sud nell’utilizzo di impianti per produrre energia da fonti rinnovabili: l’agricoltura sostenibile cerca di sfruttare il più possibile le energie rinnovabili, tramite impianti fotovoltaici, agrivoltaici (pannelli solari su terreni coltivati), biomasse (scarti agricoli per biogas/biometano), eolico, idroelettrico e geotermia, creando sinergie per ridurre costi, emissioni e aumentare la produttività agricola e la sostenibilità, tanto ambientale quanto economica. In tale ottica, le aziende agricole possono usufruire di incentivi e sussidi finanziari derivanti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), da altre forme nazionali di sussidio e dalla Politica Agricola Comune. Il 5,2% delle aziende agricole ha dichiarato di aver utilizzato, nel 2024, impianti per produrre energia da fonti rinnovabili per autoconsumo e/o per la vendita. La forbice Nord-Sud è evidente: mentre nel Nord-Est tale quota arriva al 12,9%, con il Nord-Ovest posizionato sul 9,8%, il Sud si attesta su un livello estremamente più basso (1,7%), con una situazione solo lievemente migliore per le Isole (2,5%).
Nel merito, l’Istat spiega che l’agricoltura circolare è un modello che trasforma l’agricoltura da “lineare” (secondo lo schema produzione, consumo, rifiuti) a “circolare”, recuperando e valorizzando gli scarti di produzione (come biomasse e liquami) per trasformarli in risorse (energia e fertilizzanti) e chiudere i cicli dei nutrienti, riducendo input esterni (chimici, fossili) e l’impatto ambientale. L’agricoltura circolare consiste, quindi, in una serie di pratiche che possono favorire la rigenerazione del suolo, l’aumento della biodiversità e la crescita del valore economico e sociale del territorio.
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